“Daccelo crudo”, ovvero quando Gollum sbancò lo share.

L’altra sera su La7 davano Il Signore degli Anelli e, facendo zapping, l’ho beccato proprio quando iniziava la mia parte preferita, quella su Gollum. Un esserino calvo, con tre pelucchi sul cocuzzolo della testa, a dire la verità un bel po’ ingrassato rispetto a come me lo ricordavo.

Gollum parla al plurale perché in lui convivono due nature, una buona e una malvagia, perciò è costantemente in contrasto con se stesso. Dice una cosa e poi subito afferma il contrario.

“Vogliamo aiutare lo hobbit”, e, dopo due secondi,”noi odiamo lo hobbit e vogliamo ucciderlo”.

Oppure: “appoggiamo il governo Monti” e, dopo qualche mese, “Monti è uno schiavo della sinistra e lo detestiamo”.

O ancora: “È tutta colpa di Bundesbank se lo spread è impazzito” e la sera dopo: “Noi intendevamo Deutsche Bank, ci siamo sbagliati, perdonaci, siamo molto anziani, tessssoro”.
Gollum l’altra sera era particolarmente ansioso e scisso, perché non sapeva se compiacere Padron Frodo, l’hobbit incazzoso, o dargli apertamente contro, così, nel dubbio, continuava a cambiare registro.

“Ci sei simpatico Padron Frodo, ci fai divertire”, ma dopo lo stacco pubblicitario: “ssstupido hobbit, nessuno è peggiore di te”.

Da una parte, infatti, aveva molta paura che Frodo gli rubasse il suo tesssoro, o meglio che convincesse la gente che il suo tesssoro era rubato, perciò sfoderava gli artigli. Dall’altra, voleva fare bella figura con i nani e gli elfi dei dintorni, far vedere la sua faccia migliore, quindi gli sorrideva e ci scherzava amabilmente. Per fortuna si è risparmiato indovinelli e barzellette sporche, che sono tra le sue grandi passioni. A tratti ghignava compiaciuto sventagliando i suoi sessantaquattro denti in ceramica Richard Ginori (strano: le lo ricordavo un po’ sdentato…avrà fatto l’impianto, come i divi di Hollywood. D’altra parte, vi immaginate Sean Connery che dorme con la dentiera nel bicchiere, sul comodino? O Michael Douglas che va da Wallgreen’s a comprare il Polydent? Anche i Gollum si adeguano al glamour, l’occhio vuole sempre la sua parte), in altri momenti si irrigidiva tutto, ingobbendosi nella postura tipica del predatore che sta per sferrare un attacco.
Era anche molto innervosito dalla presenza di Sam Gamgee, il fedele e scheletrico amico di Frodo (lui invece me lo ricordavo più paffuto), molto diffidente nei suoi confronti. Questo Gamgee è uno che ha passato anni a studiare il curioso caso di Gollum, conosce bene il suo grave problema della doppia personalità e non si fida di quello che dice, mai. Per questo Gollum fingeva di apprezzarlo per compiacere l’altro hobbit, per poi ringhiargli in faccia, troppo infastidito dalla sua presenza per poter continuare la farsa, finché Frodo si è arrabbiato e l’ha sgridato, difendendo l’amico Sam.
Allora Gollum è tornato buono, tutto ossequioso, e si è messo a rosicchiare i suoi conigli crudi, tranquillamente. Ma poi si è agitato di nuovo e ha detto che gli hobbit non “li” facevano parlare, proprio “loro” che avevano diritto più di tutti di farlo, perché erano i più esperti in materia di anelli d’oro e tessssori, avendone accumulati tanti, anzi tantissimi: così tanti da poter donare 95 mila euro a un’amica in difficoltà, considerandoli un piccolo prestitino. Ma a ben pensarci non cosi tanti, in fondo: non abbastanza da aiutare chi i tesssori non li ha, per esempio evitando di licenziarli dalle proprie aziende. Insomma, il solito problemino della schizofrenia.
Alla fine Gollum se ne è andato posseduto dal suo lato cattivo, raccomandando agli elfi e nani che erano lì nei dintorni di non farsi infinocchiare dagli ssstupidi hobbit.
Una cosa davvero inquietante che mi ha fatto rabbrividire.

Uno di quei film, insomma, che quando finisce ti fa dire: “per fortuna è solo un film e i Gollum nella realtà non esistono”.

gollum

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Due storie americane. Addio alle armi (?)

San Francisco, settembre 2007.

Nella sozza cucina con orrida moquette della mia casa di Lombard Street straordinariamente è in corso un momento di socializzazione. Gli abitanti delle cinque singole un po’tristi, anzichè rintanarsi ognuno nel proprio cubicolo davanti internet con il cartone unto della pizza in grembo, comme d’habitude, stanno amabilmente conversando. Ci sono addirittura degli ospiti, non ricordo per quale motivo. Uno di essi è un laido grassone barbuto, una specie di boscaiolo dei film, di un’ignoranza cristallina pari solo alla sua infinita arroganza. Credo sia il cugino di qualcuno, capitato lì non so più perchè.
Dato che c’è un’italiana (o forse addirittura due), si parla di differenze culturali come solo certi americani sanno fare: inanellando stereotipi anni Cinquanta da Settimana Enigmistica.
Il boscaiolo, vantando remote origini norditaliche, si scatena infarcendo il suo eloquio, reso biascicante dalle numerose birre tracannate, di ataviche stronzate sul cibo e la cucina.

“Ah, l’ottima pasta Alfredo!” Gli distruggo con piacere malevolo la vita, rivelandogli che questo infame piatto fatto di pasta collosa e di una misteriosa crema biancastra, non esiste in Italia, trattandosi di un’orrida e subdola invenzione americana. Ci riprova, indomito: “Ah, il Nord Italia! Lì sì che funzionano le cose, non come da quei puzzoni del Sud! C’è lavoro, gli affari, Roma!” Aridaje Michael Moore dei bifolchi…tocca distruggerti un’altra convinzione dogmatica.
Decido quindi di mettere un freno al suo verbo, prorompente quanto vacuo, mettendomi a cucinare una pasta vera, senza Alfredi di mezzo, così poi mi manca solo il mandolino e la pizza e li faccio contenti.
“Ah, sei vegetariana? Peccato, allora non ti piacerà la caccia…invece io, se c’è una cosa che adoro, è uccidere un bel cervone e poi scuoiarlo…”
Ma da dove diavolo sei uscito, tu, barbuto bifolco allocco che troneggi nella mia cucina incarnando lo stereotipo perfetto dell’americano ‘gnorante da cartolina? Ti prego, dammene ancora! Dimmi che hai il cappello con le orecchie pelose in tasca e l’accetta in macchina!
Poco dopo il discorso si sposta sull’America…blabla…grande civilità…blabla…progresso…bla…e qui aspetto il boscaiolo al varco lanciando la mia esile, facilerrima provocazione: ma la situazione delle armi???
Il bifolco strabuzza gli occhi: “Già, qui in California è una merda…ma in Arizona…oh, lì sì che è uno spasso…puoi comprarle ovunque! Negozi interi di armi! Scaffali su scaffali! E’ un paradiso!”
Da qui in poi non ricordo l’andazzo della conversazione, ma suppongo di essermi buttata a pesce sulla birra.

San Francisco, poche settimane dopo.

Converso amabilmente con il mio vicino di stanza il cui nome è traducibile in Daniele Corsia, ingegnere sfigatissimo fuggito da una famiglia fanatica religiosa di Petaluma (come a dire Barbianello, un posto sperduto tra le vigne). Già le premesse non sono delle migliori.
Si parla, come sempre, di differenze culturali, un argomento che mi ha interessata molto nelle prime settimane di permanenza americana.
Mi fa paura, dico, che qui un sacco di gente possa girare armata. In Italia non è così comune, nè facile, procurarsi una pistola.
“Dici sul serio? Non so come facciate a vivere così. Io voglio sentirmi al sicuro”, replica il Corsia, “perchè  se so che il mio vicino ha una pistola e POTREBBE spararmi, voglio essere in grado di difendermi”.
Esterrefatta dalla logica contorta e agghiacciante della sua affermazione, mollo la presa. Pochi giorni più tardi Corsia inizia a lasciar trapelare alcuni atteggiamenti disturbati e una strana attenzione per la mia persona. A volte cerca goffamente di socializzare e quando, immancabilmente, mi rifiuto, avendo constatato la sua natura instabile e inquietante, fa cose bizzarre, tipo chiudersi in camera producendo rumori di distruzione.
Comincio lievemente a preoccuparmi delle sue condizioni mentali.
Un giorno arrivo a casa e, come al solito, mi chino imprecando a raccogliere la posta che si accumula immancabilmente sul pianerottolo. La smisto, controllando che non ci sia niente per me. Mentre sbatto con malagrazia il plico sul tavolo della cucina (sono già nella fase “vi odio tutti, luride bestie beone”), noto una lettera indirizzata al Corsia con uno strano logo. La sbircio. Sembra una sottoscrizione a un’associazione. Quella degli amici delle armi.
Da quel momento la mia vita a Lombard Street cambia. All’irritazione e al fastidio per il lerciume e la sciatteria dei miei coinquilini, si unisce una sottile angoscia che si trasforma in paura certe notti, quando, stesa a letto, mi immagino quel pazzo che abbatte la porta a colpi di pistola e poi mi ammazza. Dormo con la porta chiusa a chiave. Cerco di far finta di niente. Di essere cordiale se mi capita di incrociarlo. Di uscire dalla stanza per andare in bagno o in cucina (il meno possibile) con nonchalance. Ma dentro ho sempre un po’ di tensione. Mi ripeto che sono io a essere paranoica e troppo fissata coi film e i libri splatter. Però, la notte…

Storie vissute di vita americana. Storie leggere, inutili, innocenti. Storie diverse da quella di ieri in Connecticut.

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I.M. ovvero “ma lei si rende conto che il cinema non è il suo mestiere” e l’ossessione per le auto blu

Sono in treno, come mi capita spesso.
Mi siedo e tiro il fiato un attimo, sono arrivata di corsa e devo respirare prima di pensare a quale delle mie tante attività da viaggio dedicarmi stavolta.
Mentre rifletto controllando la mail, due tizi, all’incirca della mia età, forse di qualche anno più giovani, iniziano a conversare alle mie spalle. Come già ho avuto modo di dire, uno dei miei passatempi preferiti è origliare la gente sui mezzi pubblici per raccogliere materiale umano da destinare a vari ipotetici impieghi: idee per sceneggiature o libri che non scriverò mai, aneddoti da riportare agli amici per farsi quattro risate alle spalle di un inconsapevole, e perciò innocuo e inviolato, prossimo immaginato, consolazione esistenziale da sindrome di fallimento (la mia vita potrà anche non essere pienamente soddisfacente, ma c’è sempre chi sta decisamente peggio), spunti per scrivere inutili post di blog. Mi sintonizzo perciò su questi due individui e attendo fiduciosa, scribacchiando appunti sul telefono per dare l’impressione di essere occupata. (Una piccola accortezza che l’origliatore pubblico non deve mai dimenticare, dopotutto siamo curiosi, non cafoni).
Solite chiacchiere da conversazione superficiale del lunedì mattina, si parla di calcio, ovviamente. Scollego immediatamente il cervello e, annoiata, penso ai fatti miei. Pochi minuti dopo, però, la mia attenzione viene nuovamente attirata, quando sento menzionare  Berlusconi. Mi risintonizzo svogliatamente, presumendo che si tratterà del solito discorso sulle donnacce, il bunga-bunga: date le facce sagaci dei due, che intravedo buttando l’occhio nell’intercapedine tra i sedili, non si procederà verosimilmente a un’analisi politica fondata, ma si arriverà ben presto a qualche trito luogo comune del tipo “beato lui che tromba anche se è vecchio e molle”. Sbuffo dentro di me,  intristita.

Ma dopo pochi secondi, una folgorazione mi coglie in pieno petto e capisco di essere in presenza di una ricca fonte di materiale (sub)umano per i  miei studi antropologici. Questi due loschi figuri, infatti, mi sorprendono piacevolmente, rivelandosi esemplari razza purissima di IEMME, Italiano Medio, illuminando la mia giornata di meravigliose perle, talmente cristalline nella loro totale ottusità da sembrare finte. Neanche Maccio Capatonda oserebbe tanto, un copione così infarcito di affermazioni superficiali e stereotipe suonerebbe iperbolico e fasullo. E invece è tutto vero!

Di seguito riporto la trascrizione più o meno fedele di quanto ho sentito:

Tizio 1:”Certo che Berlusconi, tutti ce l’hanno con lui ma intanto dà lavoro a un sacco di gente”.

Tizio 2:”Eh sì, con tutte quelle aziende… paga anche un sacco di tasse..voglio vedere come fanno  se se ne va dall’Italia! Senza le sue tasse…”

1:”C’ha pure la Feltrinelli!” (SIC. N.d.A.: qui mi sono dovuta trattenere dall’alzarmi in piedi mulinando le braccia e gettando fuoco dalle narici urlando epiteti ovini).

2:”E poi s’è fatto tutto da solo…dal GNENTE…cioè…da un cazzo…da cameriere sulle navi a miliardario.”

1:”…minchia oh…e poi lo criticano..ma intanto quelli là hanno le auto blu…”

2:”Eh sì! Che Obama prende uno stipendio che è la metà di quello dei nostri, con il doppio della gente da governare”.

1:”Eh. E poi ce l’hanno con Berlusconi. Siamo coglioni noi che non facciamo la politica”.

2:”Appunto. E tutte quelle auto blu…poi dicono di Berlusconi. Ma te con il lavoro? Come mai non lavori più nella moda?”

1:”Eh. Perché non sono frocio!”

2:”Eh in quel mondo lì…se non sei così…”

1:”No, ma mi facevano le proposte…vieni a cena, facciamo serata…cioè…”

2:”No zero. Ma scusa, perché  hai studiato quella roba lì?”

1:”Eh, mio padre aveva un’impresa…di scarpe…e allora ho detto…ma poi..ma sì, che cazzo me ne frega a me, lavoro, sto bene…potrebbe andare meglio, però oh…vaffanculo”.

2:”Eh. Devo scendere, alla prossima”.

1:”Bella.”

A parte la curiosa ossessione-compulsione per le auto blu, croce e delizia dei miei due nuovi amici, e la logica un po’ sibillina con cui le critiche a Berlusconi si interfacciavano con gli attacchi  agli sperperi di un governo che fino a pochi mesi fa era presieduto dallo stesso, una conversazione davvero illuminante sullo stato delle cose. Mancavano solo due battute sulla figa, un’invettiva sugli immigrati che puzzano e ci rubano il lavoro e un: “gliel’ho buttaaaato!”

Eppure, this is Italy. O forse Italy’s a state of mind. Tuttavia pensare che ci sia gente (la maggioranza?) che pensa, vive, vota in questo modo mi fa gelare il sangue nelle vene. Forse sono abituata troppo bene, forse dovrei fare più spesso i conti con il Paese Reale, confrontarmi con il doloroso dilagare (o persistere, a seconda dei punti di vista) dell’idiozia da bar sport, rassegnarmi a essere parte di una muta, dolente minoranza.

Forse dovrei cominciare a caldeggiare l’opportunità di sopprimere la fallimentare democrazia a favore di un’oligarchia di illuminati, chè non dovrei subire passivamente il diritto di voto concesso a persone con la stessa capacità analitica e le stesse doti critiche di un pitale. Non dovrei accettare che siffatti pitali scelgano, o tentino di scegliere, l’organico che poi dovrà governare anche ME, al quale io dovrei pagare le tasse, indipendentemente dalla fazione,  beninteso. Perché non sto assolutamente facendo un discorso politico. Se a uno pare di votare il Galletto Vallespluga perché il suo programma elettorale gli sembra garantire una tutela maggiore ai propri interessi, si accomodi. Non sarà il massimo della rettitudine, ma è una scelta umana. Però che almeno lo voti per egoismo, avidità, cattiveria, zoofilia, amore per il pollame o per lo scudetto rosso, ma non perché crede che il Galletto Vallespluga sia una specie di Messia. Che si sforzi almeno di capire da quale pollaio provenga, che dia lettura del suo programma elettorale, si informi un minimo sul suo passato e le aziende che possiede. E poi lo voti lo stesso. Ma con cognizione di causa, almeno.

Che al giorno d’oggi la gente che parla e agisce senza cognizione di causa è in esubero e mi sta dando leggermente fastidio: ne sono un po’ stanchina, come disse Forrest. Prendo a esempio il cinema,  un settore che frequento abbastanza. Ovunque vada trovo gente assolutamente qualunque che parla, critica, dà pareri, CONDUCE TRASMISSIONI O TIENE RUBRICHE senza avere nessuna competenza specifica.

Un appello accorato: smettetela subito. NON E’ CHE VEDERE FILM VI FACCIA DIVENTARE AUTOMATICAMENTE CRITICI. IO HO STUDIATO 8 ANNI, perdio. E tanta altra gente con me.  Cosa ci stanno a fare le facoltà universitarie allora? Forse che vi fareste operare dal panettiere perché guarda E.R.? O fareste costruire la vostra casa a vostro nipote perché gioca ai SIMS? O mi fareste entrare a Hogwarts perché ho letto tutti gli Harry Potter più volte? Naturalmente NO. E allora smettetela di considerare il cinema una cosa di pubblico dominio e smettetela di fare i critici se non possedete gli strumenti. Al massimo limitatevi a esprimere pacatamente e con umiltà la vostra opinione. Con questo non intendo dire che dovete per forza aver studiato cinema all’Università: conosco gente bravissima che nella vita fa tutt’altro ed è molto più competente di me. Però dovete aver  STUDIATO. Altrimenti fate almeno la cortesia di non farvi pagare. Lo diceva anche Nanni Moretti, in fondo: “Ma lei si rende contro che il cinema non è il suo mestiere?”

Ma a me… che cazzo me ne frega a me.

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Oh-Oh…finito i porcellini.

Non ho ancora iniziato a spedire CV alle agenzie pubblicitarie per un motivo ben preciso. “Perchè non hai fatto alcun percorso formativo specifico in tal senso”, direte voi. Non è questo il motivo. “Perchè non hai alcuna esperienza rilevante in merito”, osserverete. Non è neanche questo. “Perchè non conosci nessuno che ti può ammanicare in uno studio pubblicitario”. Acqua, acqua. (Quantunque…). Il motivo è che penso che gli studi pubblicitari siano spesso popolati da malati mentali, o drogati, o scimmie ubriache, oppure al contrario da individui dalla genialità mefistofelica che si divertono a canzonare il povero consumatore consumato (dalla crisi),  sottoponendogli campagne surreali, a metà tra lo sberleffo e la demenza pura.

Per esempio, prendiamo uno spot televisivo di una nota marca di crema per parti intime femminili. Interno, giorno. Adolescente in coulottes e minicanotta (chi non si veste così, a casa propria?) stravaccata sul letto insieme alla madre, di quattro anni più vecchia di lei. Aria complice e birbantella di confidenze femminili, com’è logico che sia tra un’adoelscente e la madre sedicenne (non so voi, ma il più vivido ricordo della mia pubescenza, a oggi, sono le litigate furibonde con mia madre su ogni argomento dello scibile umano, dai rimedi per l’acne alla superiorità del plancton sul krill). La figlia si confessa, con aria contrita: “Mamma, soffro di un fastidioso prurito vaginale..” sospira con le sopracciglia a triangolo e gli occhi di Braccobaldo Bau. E la mamma premurosa le porge la suddetta crema che, sia detto per inciso, è una roba che io sapevo si usasse in menopausa per umidificare l’ambiente e portarlo, per così dire, in temperatura. Alzi la mano chi non ha mai pronunciato le parole “fastidioso”, “prurito” e “vaginale” davanti a sua madre, da adolescente. Ah, ecco. Nessuno.

Esempio delirante numero 2: l’assorbente maschile. Questa volta si tratta di pubblicità sul giornale. Sono lì tranquilla che sfoglio La Repubblica con il mio espresso dec e sigaretta del dopo cena, come Phileas Fogg quando al club chiedeva il Times non tagliato da leggere in poltrona con un bicchierino di sherry, quand’ecco che il mio campo visivo viene invaso da un enorme pacco mutandato. Si pubblicizza l’assorbente maschile per perdite di urina, che son cose brutte assai, finalmente studiato ad hoc per l’anatomia pacchiforme dell’uomo.  Lo slogan, sagace: “Solo tu saprai di indossarlo”. Vero, perchè invece quando io mi metto il Tampax faccio prima una chiamata all’Ansa per dare comunicazione del fatto. L’immagine stessa è ingannevole, come giustamente mi facevano notare, perchè statisticamente l’incontinenza colpisce le persone anziane. E allora siate onesti e crediateci fino in fondo: la prossima volta mettetemi un bel pacco avvizzito con mutandone ascellare di flanella.

Esempio delirante numero 3: la pubblicità animata dell’astronauta col gatto nello spazio. L’astronauta perde la sua razione di cibo causa gravità e il gatto (senza ombra di dubbio di razza gattocomunista) decide di elargire con magnanimità parte del suo cibo al compagno. Slogan, assolutamente fuori controllo: “Gli unici croccantini per gatti che vorrai mangiare anche tu”. So di certi bambini che hanno assaggiato il Ciappy o le crocchette Friskies, una volta nella vita. Nessuno superava gli otto anni al momento del delitto e tutti avevano comunque dei gravi disagi mentali, permanenti in età adulta.

 

 

 

Infine, vorrei sottolineare lo strapotere della gallina nello spot pubblicitario contemporaneo. Banderas si sollazza con quell’inutile volatile ormai da mesi, nel mulino che non vorrei. Caro Antonio, capisco che ormai tua moglie assomigli a una poltrona Sacco masticata da un pastore maremmano, ma non mi sembra una scusa valida per confidare le tue pene a una gallina. Che, lo dicevano anche Cochi e Renato, non è un animale intelligente. Ultimamente poi è spuntato un altro frizzante spot (credo pubblicizzi una piadina, o qualcosa del genere) in cui senza ragioni apparenti (ma forse sono io che non ne ho seguita a fondo la drammaturgia) una gallina viva esce da una pentola, invadendo la ridanciana cena (a base di piada e affettati…neanche nelle famiglie allo sbando delle case popolari) del solito terzetto giulivo. Perchè una gallina per pubblicizzare una piadina? Al massimo avrebbe avuto senso un maiale…ma forse sono io che cerco ostinatamente di capire quale sia la differenza tra un corvo e una scrivania.

In summa:

Questo porcellino ha mandato i cv alle case di produzione/distribuzione/editrici.

Questo porcellino ha mandato i cv agli uffici stampa/comunicazione/pr.

Questo porcellino sta mandando domande per bandi e borse all’estero.

Questo porcellino sta meditando se concepire una campagna pubblicitaria ricca di nonsense e demenzialità (mi basterebbe filmare una normalissima serata tra amici) e spedirla a tutti gli studi per farmi assumere.

Oh-oh…finito i porcellini.

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Vorrei, ma non posso, essere una Fashionblogger.

Cercare lavoro è una vera merda e fa male alla salute. Passare giornate intere al computer, con un occhio allo schermo e uno al Blackberry nella vana, utopica speranza che si metta a suonare o che il malefico led rosso per una volta lampeggi della luce divina di una risposta lavorativa e non per le solite stronzissime notifiche di Facebook o per le ancora più stronze notifiche di mediajobs, infojob, jobalert, jobrapido, monster, cercolavoro, lavoro.org, sportellostage, fashionjobs, barbonidoggi e altri quattromila motori, siti, portali, interinali a cui ti sei iscritto come un povero coglione, è deleterio.

La ricerca di un’occupazione al tempo di internet dovrebbe essere inserita subito nell’Enciclopedia Medica e segnalata all’OMS come la più grave patologia deformante e psicotropa che abbia mai afflitto una generazione. E’ un’epidemia, un’ecatombe.

I sintomi sono: strabismo, cecità progressiva, deboscia posturale dal quasimodismo all’andreottismo, corrosione per masticazione del tessuto ungulare, tabagismo acuto con conseguenti attacchi tussivi dal raggio sputazzale di metri 2-2,5, tricotillomania rischiosamente degenerativa in alopecia areata e/o calvizie, coprolalia diffusa, possessione demoniaca (individuabile dall’aumento improvviso del coefficiente bestemmia/secondo), rammollimento del gluteo, ossessione/compulsione per il controllo monomanicale di siti e annunci a tema e schizofrenia con sdoppiamento e/o crisi dell’identità.

Questa è più o meno la patologia che affligge la mia vita da un mesetto a questa parte, alleviata parzialmente da poche distrazioni di carattere ludico/autoterapeutico. Ma non è di argomenti tanto cupi che vorrei scrivere. Circostanziavo però la mia giornata-tipo per spiegare (leggi: giustificare a me stessa) perché di tanto in tanto mi ritrovi a leggere fashion-blog. Tra un annuncio e l’altro, per distrarmi un pochino dalla mestizia e dai cattivi pensieri, oltre a tentare di formattare la tesi con esiti pirotecnici dal punto di vista del turpiloquio, fare il redattore di una rivista web di cinema e dedicarmi alla mia unica attuale fonte di reddito (traduzioni di slide la cui formattazione si sta rivelando ugualmente demoniaca), mi metto a vagare di tanto in tanto in rete. Leggo giornali, approfondisco a caso grandi temi dell’umanità su Wikipedia, aspetto i fumetti di Zerocalcare. Ma ogni tanto scivolo senza quasi accorgermene nella trappola glitterata delle fashionbloggher. E mi ritrovo a leggere chilometri di righe di insulsaggini, senza sapere perché. Alla fine, quando lottando contro me stessa, riesco a riemergere dal tunnel di stronzate apocalittiche e foto della collezione LanadelRay per H&M, sudata, con gli occhi incendiati dalla fatica, inevitabilmente mi incazzo. Con me stessa. Perché, mi dico, non è possibile che questa specie di oca virtuale abbia tutto questo successo raccontandoci i progressi del suo trattamento anti-cellulite e consigliandoci cosa dovremmo mettere al matrimonio autunnale della nostra peggiore amica. Chissenefrega se hai comprato la nuova palette di Pupa, che tra parentesi io non ho nemmeno ben capito cosa sia, una palette. Saranno problemi tuoi se vuoi gli stivali griffati ma non puoi permetterteli e opti per l’imitazione in gommacacca di Zara.

Eppure sono io la prima a soccombere, vittima della prosa frizzante e sarcastica, un po’ volgarotta e autoironica, tra lo sbarazzino e l’acido corrosivo, di questo esercito di alfieri dell’inutilità. Sì, perché la fashionbloggher di oggi ha come caratteristica quella di parlare SOLO ED ESCLUSIVAMENTE di cose INUTILI, ma di farlo con stile, spiritosaggine e tanti riferimenti alle materie meno nobili, come le mestruazioni o i brufolazzi, che ci fanno ridere perché in fondo siamo solo poveri coglioncelli ancora intrappolati nella fase anale. Allora, mi dico, potrei farlo anch’io un cazzodifashionblog. Basterebbe intervallare i miei interventi INUTILI ma pungenti, spiritosi etc. con dei salaci commenti sui saldi in profumeria o su come piastrare i capelli senza avere in cambio le doppie punte. Potrei commentare gli abbigliamenti assurdi delle divette da red carpet e consigliare alle mie amike virtuali dove trovare i doppioni cheap delle loro fashionissime mises. Dovrei riempire queste pagine di bannerini e banneroni, linka qui e linka là, farmi benvolere dalle veterane del fashionblog e postare foto di borse a ripetizione. Allora sì che avrei migliaia di contatti, le riviste ficherrime mi chiamerebbero per chiedermi di raccontare quando ho visto il “Titanic” al cinema (ispirato a fatti realmente accaduti, purtroppo), magari qualche casa di moda ciòvane e digitalizzata mi darebbe pure uno straccio di lavoro (scrivere stronzate a pagamento, il sogno di qualunque laureato contemporaneo). Allora sì che verrei invitata al Macchia Nera Award dove arriverei con un completo di…(cazzo, sono così ignorante in fatto di moda che non mi viene neanche un nome a caso per fare l’idiota…e allora mettiamoci le scarpe di Jimmy Choo, che ne parlavano in “Sex&theCity”. Che non ho mai visto, al contrario delle fashionbloggher) e siederei in mezzo alla Regina del Cupcake e alla Principessa dell’Assorbente Invisibile.

E invece no. Per quanto mi sforzi, non mi uscirà mai un pensiero come “ho bisogno di un paio di stivaletti borchiati” e non riuscirò mai a preoccuparmi dell’ultimate tendency in fatto di mascara. Non è che voglia fare l’intellettuale tutta pashmina e ballerine, io. (Detesto le ballerine. E dovreste iniziare a detestarle anche voi, a meno che non siate alte dal metro e ottanta in su, con una 38 di pantaloni. Nel qual caso indossandole sareste semplicemente brutte invece che inguardabili, sessualmente irrilevanti e simili a un bidone dell’immondizia montato su due colonne di San Siro. Ecco, il mio fashionbloggher-pensiero del giorno).

Come a ogni donna sincera con se stessa e con gli altri, mi piace sentirmi a posto con la mia immagine, uscire ben truccata, vestita e pettinata, quando possibile. Però non riesco, proprio non ci riesco a farne una ragione di vita. A coltivare rapporti virtuali basati sul cicaleccio modaiolo. Al limite lo faccio chiacchierando di cinema e cose così. Ma si sa che il mondo dei cineblog è una realtà cattiva, sovraffollata e preminentemente mascula. Non voglio fare post-femminismo da ora del tè, dio me ne scampi e liberi, lo odio ferocemente e l’ho già detto. Però pare che una donna, per farsi vedere in rete, non possa evitare di parlare di vestiti e cucina (altra moda impazzante, crossmedialmente parlando). E per quanto mi possa dilettare a inventarmi nuovi modi di abbinare il giacchetto rosa o di sfamare quel pozzo senza fondo del mio fidanzato (altro argomento hot nei fashioblog…purtroppo la mia natura garbata mi impedisce di rendere pubblici fatti eminentemente privati), non riesco a trovare lo stimolo per impegnarmi seriamente in questi ambiti. Preferisco perdere tempo a montare videorecensioni o a incazzarmi perché hanno maltrattato un film che mi è piaciuto. Cosa che non farà mai di me una star del web, che condanna queste pagine a rimanere nell’anonimato casto e puro di pochi amici (reali) che le sfogliano, che non mi farà mai partecipare al Macchia Nera Award, né monetizzare il mio fiume di parole. E che rende questo post, come tutti gli altri, assolutamente inutile. Come quelli dei fashionblog, insomma.

 

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Passatempi glamour per il flaneur contemporaneo

Essere disoccupati (pardon: inoccupati ancora in attesa di essere dottorati) è una noia terribile: crea ansia, dermatite e favorisce le doppie punte. Vero è che bighellonare senza meta per le città offre interessanti spunti di riflessione antropologica e permette di conoscere realtà nascoste. Ad esempio oggi, durante una breve passeggiata per una commissione, ho notato un bar dall’aria sudicia stile “vecchia Milano” proprio accanto all’Università e un’enoteca dove vendono il Fichimori, rosso pugliese da bere freddo che adoro ma che è difficilissimo da trovare, in genere. Ho comprato per soli tre euro un utilissimo set di pennellini per trucco da viaggio che diventerà il mio migliore amico e mi seguirà ovunque andrò. Ho scorto la vetrina di un negozio di abbiglianento per cani, che mi ha parzialmente consolato della mia condizione: dopotutto essere inoccupati non sembra essere il male peggiore.
“Cosa fai nella vita?”
“Sono imprenditriciUe” (Immagino la cadenza fashion impostata da Queen dell’happy hour)
“Ah davvero, di cosa ti occupi?”
“Be’, di abbigliamento”
“Bello! Alta moda? Vintage?”
“Veramente di abbigliamento per cani. Fashion, eh”.
Poverina.

Comunque, la vita da flaneur non fa per me. Non riesco a liberarmi del senso di colpa dovuto al bighellonamento forzato, devo avere uno scopo, una destinazione per non sentirmi sperduta e avvilita in questo triste mondo malato. Quand’è così, anche dedicarmi ai passatempi mi fa star male. Uno fa passare il tempo quando ne ha di libero, da investire. Ma se le tue massime occupazioni della giornata sono fingere di formattare la tesi e bruciarti le cornee sugli annunci di lavoro (o umiliarti con l’inutile rito dell’autocandidatura) che senso ha avere degli hobby? Eppure ricordo un passato di gioconda studentessa, o di dottoranda parzialmente occupata, che anelava al tempo libero per poterlo riempire di passatempi creativi per sentirsi intelligenti.

Oggi vorrei raccontarne uno che coltivo da molti anni e che si chiama “Umilia il VIP”. E’ un bellissimo passatempo assolutamente gratuito, praticabile da chiunque e in ogni circostanza e che regala grandi soddisfazioni.

Occorrente: un VIP (non importa il grado di famosità, per cominciare potrete accontentarvi di una cosa semplice tipo un attore di Centovetrine o un ex di Bim Bum Bam finito a fare televendite), un nutrito vocabolario di improperi accuratamente scelti tra i più fini ed eleganti, un amico che possa testimoniare l’accaduto, della colla vinilica.

Istruzioni: prendete la colla vinilica e mettetela via. Non serve a niente, solo a rafforzare l’afflato artistico della vostra operazione conferendogli un piacevole aspetto di manufatto vero.
Individuate un VIP possibilmente lontano da forze dell’ordine e/o guardie del corpo che potrebbero non afferrare del tutto il potenziale greativo del vostro gesto, malintepretandolo. Avvicinatelo con discrezione, affiancandolo o voltandogli deliberatamente le spalle. Iniziate a dileggiare con noncuranza la sua persona o il suo lavoro, senza utilizzare una terminologia volgare che vi renda passabili di querela, ma con garbo e charme.

Risultato: se avete lavorato bene, il VIP in questione farà la tipica faccia da prugna Sansweet e si allontanerà a testa bassa trattenendo a stento le lacrime. Vi sentirete radiosi e avrete un aneddoto in più da raccontare durante quelle noiosissime ma inevitabili serate tipo la cena aziendale di natale o la rimpatriata con la classe del liceo.

Esempi pratici:

1. Mi sono dedicata a questo divertente hobby in modo discontinuo ma duraturo nel tempo. La prima volta avevo circa sedici anni ed ero a fare shopping a Milano con le amichette, con la mia divisa d’ordinanza da figlia di Satana di allora. A rompere il tedio della passeggiata pomeridiana fu il passaggio di tale Davide deMarinis che all’epoca infestava i media con delle canzonette improponibili tipo “La Pancia” o il simpatico tormentone “Troppo bella”. A quei tempi non ero troppo pratica di quest’arte ed ero vagamente estremista in fatto di gusti musicali e umani, perciò mi limitai a terrorizzarlo apertamente con manifestazioni affettuose tipo urlargli in faccia: “Vergognati, adesso ti brucio”, che provocarono la fuga del suddetto, subitaneamente impallidito come un sudario. Non consiglio di procedere in questo modo, troppo diretto, non garantisce il risultato sperato.

2. I Festival del cinema costituiscono un terreno meraviglioso per praticare questo hobby perchè in genere pullulano di VIP medio-scarsi con i quali ci si puo’ esercitare a volontà, specie in contesti geograficamente circoscritti come quello di Venezia. Ad esempio, durante Venezia 67, avvicinata da un’anziana ed elegante signora che, senza chiedere il permesso, si permise di rubare i tovagliolini di carta dal tavolo al quale stavo pranzando, vittima dei terribili postumi di una sbronza clamorosa, inveii contro la maleducata vecchiaccia insultandone la senilità mentale. E notando subitamente che si trattava di Barbara Bouchet.

3. Venezia 2010/bis. Nella hall del celeberrimo Hotel Excelsior, casa o luogo di passaggio di quasi tutte le celebrità presenti, stavo attendendo con ansia l’ingresso di Quentin Tarantino per stalkarlo. Alle mie spalle un emaciatissimo Kim Rossi Stuart si aggirava fantasmatico. Quando qualcuno me lo fece notare, con somma discrezione, urlai: “Che cazzo me ne frega di Kim Rossi Stuart, io voglio Quentin”.

4. Venezia 2010/tris. Un’amica si aggirava nella suddetta hall, sempre alla ricerca di Tarantino. Michele Placido la vide guardarsi intorno ed, equivocando, fece per avvicinarsi pensando che lei volesse un autografo. Schifata, lei fuggì urlando una cosa tipo: “Oh ma che cazzo vuole quel vecchio lì”.

5. Venezia 2010/4. Luigi Lo Cascio, solo soletto, camminava in cerchio senza meta. Io mi avvicinai giuliva e poi a cinque metri decisi capricciosamente di cambiare traiettoria, annunciando ad alta voce alla mia amica: “Ma be’, dal vivo fa proprio cagare, guarda che faccia da sfigato!”

6. Venezia 2010/quinta e ultima. Nella sempiterna hall dell’Excelsior, sempre in attesa di Tarantino. Un noto attore, regista e produttore italiano era appoggiato al muro alle mie spalle (non farò nomi perchè è persona vendicativa e livorosa), senza che io potessi vederlo. Un amico sussurrò il suo nome commentando compassionevolmente: “Eh poverino, dicono che ha subito una violenza da piccolo”. Io, naturalmente urlando: “Ma chi, XY?! Ma dovrebbe subirla anche da grande!”
All’accenno terrorizzato che mi indicava la posizione del malcapitato mi voltai, facendo in tempo a vedere il suo volto sgretolarsi in una segatura giallognola e una nube di muta, profonda tristezza oscurargli il ceruleo sguardo, mentre si nascondeva sopraffatto dalla morte interiore nel vicino e buissimo bar. Questa è in effetti la peggiore che abbia combinato. Finora.

7. Cimitero di un piccolo paese tra Pavia e Milano. La mia compianta prozia, donna schietta e senza peli sulla lingua, era in visita ai defunti con delleanziane  parenti. All’improvviso le azzimate donnine scorsero tra le tombe il simbolo dell’italianità da domenica pomeriggio in TV, il terragno Toto Cutugno, e si slanciarono a baciarlo, abbracciarlo e fargli i complimenti. Commosso da tanto affetto, il Cutugno gongolava. Almeno finchè mia zia gli disse: “Toto Cutugno, la canzone che hai portato a San Remo, quella lì della campagna…è proprio BRUTTA. Non farne più di così brutte”.
Buon sangue non mente.

Cimentatevi anche voi a umiliare i VIP e vedrete che la crisi si tingerà di arcobaleno come con Iridella.

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Un meteorismo vi seppellirà

Non avrei mai pensato, nella vita, di perdere un po’ del mio tempo prezioso per spendere delle parole in difesa delle flatulenze e delle nudità prenatalizie della commediaccia italiana contemporanea. Ma date le polemiche degli ultimi giorni mi sento di intervenire, anche se solo qui nell’intimità delle mie pagine, per esprimere un pensiero che già covavo da tempo e che alla luce di certe rivoltanti dichiarazioni, di smaccata ipocrisia, mi è impossibile continuare a reprimere.

Lasciate stare i cinepanettoni. Ecco, l’ho scritto. Ma prima che mi si accusi di essere una dei tanti ciarlatani che si inventano inesistenti ragioni socio-antropologiche per legittimare l’esistenza e il successo (più passato che presente, mi par di capire) di tale genere, occorre fare alcune precisazioni.

  1. Non ho mai visto un cinepanettone. Quando raramente ho provato a guardarne qualche pezzo alla TV, per curiosità cinefila, mi sono sempre annoiata e intristita così in fretta, provando sincero imbarazzo e compassione per quei poveracci, che ho dovuto cambiare canale.
  2. Ritengo che i cinepanettoni siano un prodotto escrementizio della filiera produttiva italiana.
  3. Non ho particolare simpatia per gli interpreti chiave dei suddetti, che nella migliore delle ipotesi mi fanno pena.
  4. Considero dei megalomani vanesi alla ricerca di notorietà attraverso la provocazione o dei folli farneticanti tutti coloro che hanno tentato di attribuire qualsivoglia valore artistico ai cinepanettoni.

Ciò detto, sono stanca di sentire gente che si scaglia su questo bersaglio troppo facile, accusandoli di essere il male supremo e di uccidere il cinema italiano.

Innanzitutto i cinepanettoni non ammazzano il cinema italiano, perché di cinema non si tratta: è un prodotto seriale concepito per un’unica ragione che può essere considerata moralmente riprovevole, ma è di specchiata onestà: il guadagno.  E’ un brand, come “Twlight”, la serie degli Harmony, il Mc Donald’s. Lo fai, lo vendi, lo rifai, punto. Non c’è nessun intento artistico dietro, nessuna volontà creativa. Ci sono le tette, i peti, i rutti, “anvedi aho”, “mortacci vostra”, i bagni nella cacca, i tradimenti, le gag slapstick, la musica truzza con la hit del momento e i soliti quattro tormentoni. Come a dire che nel Big Mac c’è la carne, il formaggio, il cetriolo. Ma proprio come nessuno mi costringe ad andare a mangiare da Mc Donald’s, e posso democraticamente scegliere invece una bella trattoria, nessuno mi obbliga a subire i meteorismi di De Sica e company.

E qui sta uno dei nodi dolenti del mio discorso: il pubblico dei cinepanettoni. Siamo abituati a scagliarci contro lo scandalo degli incassi “rubati” (come se ci fosse Massimo Ghini che punta una pistola agli spettatori in coda costringendoli a vedere “Natale da mia nonna” invece che l’ultimo film di Sokurov) e non teniamo mai conto del fatto che chi va a vedere con costanza e devozione questa sottospecie di zozzeria probabilmente appartiene a due categorie: lo spettatore medio o lo spettatore natalizio. Il secondo si recherà al cinema un paio di volte l’anno per ragioni di convivialità, non fregandogliene legittimamente nulla della settima arte, e andrà a vedere la cagata del momento. Ma chissenefrega, non ci fosse De Sica andrebbe a vedere Boldi, oppure rimarrebbe a casa sua. Giustamente, ripeto, perché amare il cinema non è un obbligo e non fa di noi persone migliori di per sé. I primi magari ogni tanto vanno anche a vedere cose interessanti, magari sono anche mediamente appassionati, ma quasi certamente contengono anche la modalità “vado al cinema per spegnere il cervello”, scegliendo la cazzata che più si confà al loro umore del momento.

Qui scatta la provocazione. Perché a mio parere scegliere di spegnere il cervello con le flatulenze di De Sica non è più grave di farlo con l’ennesima sbrodolata sentimentale con Jennifer Aniston o con l’horroraccio del mese, o con Vin Diesel che fa saltare il Parlamento. Sono tutti prodotti seriali anticinematografici. Perché dovrebbe farmi più orrore il turpiloquio becero, ma dichiarato, che l’altrettanto ritrito copione della commediola rosa del caso?

Perché sono più gravi i boati anali di Ghini che quelli provocati dall’ennesima esplosione dell’ennesimo “Iron Man”? Forse che la presenza di budget miliardari ed effetti speciali rendono il cinema tale? Non per me, se sono fini a se stessi, o per meglio dire fini alla rendita sconsiderata.

(Precisazione: io “Iron Man 3” magari lo vedrò e mi farò pure due risate. Ma non è cinema, esattamente come non lo è “Natale in latrina”. Semmai si può parlare di montaggio delle attrazioni, ma questa è un’altra storia).

Rincaro la dose: meglio il cinepanettone, che è merda purissima e si vende come tale (lo sanno quelli che lo fanno, quelli che lo vendono e quelli che lo vedono) che certi prodotti ruffiani che vogliono darsi arie da cinema vero. Meglio i peti di un Pieraccioni, che gioca tanto a fare il toshano garbato e simpatiho ma non ha il coraggio di rinunciare alla fetta di pubblico coprolalica e per compiacerla ci butta dentro Ceccherini. Meglio “li mortacci” di Moccia, che ha la pretesa di essere esempio formativo per gli adolescenti, vendendo loro vergognosi e ripugnanti predicozzi moralistici. Meglio i cinepanettoni delle Comencini,  perché almeno Boldi e De Sica non si mettono a piangere se vengono fischiati a Venezia, anzi giustamente loro a Venezia non si sognano nemmeno di andarci. Mille volte meglio gli esperimenti coprofagici che le rivoltanti operazioni autocelebrative di Fabio Volo, che vorrebbe insegnare la libertà ai trentenni, avendo lui salutato quell’età ormai da un pezzo, con la sua pseudofilosofia da Autogrill.

Mi si obietterà che a più riprese i Vanzina e De Sica hanno delirato di recuperare i fasti della commedia all’italiana e altri vaneggiamenti insensati del genere, ma io ritengo che siano i lamenti di poveri disgraziati stanchi di essere (giustamente) identificati con i gas intestinali. Ai quali peraltro devono tutto, consapevolmente: quando De Sica prova a fare la commedia pulita non ci va neppure sua moglie a vederlo.

Se poi a scagliare strali contro questi sottoprodotti alimentari ci si mette gente che da anni promuove ogni sorta di schifezza in maniera sconsiderata solo per vendere il proprio marchio, quella stessa gente che la mattina si fa paladina della cultura e la sera compare in tv in un programma che più trash non si può (a base di culi, musica truzza e gag slapstick…ma guarda un po’), legittimandolo, allora non posso che dire che questa gente si merita tutte le flatulenze natalizie possibili.

Facile sparare sulla Croce Rossa, più difficile è ammettere che il vero problema del cinema italiano sta altrove, ad esempio nel fatto che un regista come Vicari per realizzare un gran film qual è “Diaz” debba combattere anni contro chi non vuole dargli i fondi. Costa di più riconoscere che il cancro della distribuzione nostrana non è il cinepanettone che occupa dieci sale su nove durante le feste, ma sono i film spazzatura che fanno altrettanto tutto il resto dell’anno, rubando spazio a pellicole degne di nota che vengono proiettate in quattro sale su tutto il territorio italiano (come è accaduto a “Take Shelter”) o non vengono proiettate affatto (e qui non incomincio neanche, perchè l’elenco sarebbe sterminato).

I meteorismi e le chiappe di Natale, in sostanza, non fanno male a nessuno, se non a chi sceglie liberamente di sottoporvisi e probabilmente ne esce anche soddisfatto, magari un po’ appesantito, pronto a prendersi un anno di tempo per digerirli e ritornare a gustarseli con recidiva beatitudine.

L’unica critica sensata e intelligente a questo tipo di brandizzazione dell’orrido è quella di Maccio Capatonda e i suoi. Un “Natale al cesso”, con la sua satira del basso dal basso, vale molto di più che cento editoriali scritti in malafede.

Che si ricordino i nuovi alfieri della cultura il detto di un gentiluomo cremonese che, pur facendo della commedia un’arte con uno stile che (su questo penso siano tutti d’accordo) è oggigiorno irripetibile, sentenziava: “Il culo avvezzo al peto non lo puoi tenere cheto”.

Preoccupiamoci piuttosto dei veri pericoli che il cinema corre, non dell’aerofagia fine a se stessa di un gruppo di mercanti che con l’arte non hanno, e non vogliono avere, niente a che fare.

 

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